Pensavo ai nativi americani. Agli indiani, prima dell’arrivo della civiltà. Enormi spazi, praterie che si perdono all’orizzonte, natura rigogliosa, bisonti. Vita semplice in armonia con il creato. Poi arrivarono i primi coloni dall’Europa, e fu l’inizio della loro fine. Furono costretti a ritirarsi per conservare quel poco di ambiente a loro congeniale, lasciando via via gli spazi ai loro invasori, spazi che non sarebbero più stati gli stessi. Ora quei pochi che sono rimasti conservano le tradizioni dei loro avi più che altro come attrazione turistica.

Qualche giorno fa, poco dopo essere uscito dal mio tepee mi sono messo a camminare in direzione di un monte che è uno straordinario punto di osservazione. Arrivato in cima volsi lo sguardo a oriente e vidi una flotta di navi. Non fui affatto sorpreso di questa vista, tornai all’accampamento senza proferir parola con nessuno, ripromettendomi di tenere sotto controllo la situazione. La costa non era già più di sabbia e scogli, ma legname, approvigionamenti e moltitudini di persone al lavoro: erano qui per restare.

Che significa questa storia? Boh… Niente di buono, due lati della stessa medaglia. Da una parte lo spazio vitale, la propria identità, il diritto ad esistere nei propri spazi (e quindi la proprietà). Dall’altra il diritto a trovare dei propri spazi in un mondo dagli spazi che si perdono all’orizzonte, di portare la propria cultura e di affermare la propria identità… Cazzo, le stesse cose!!! Solo una domanda: io e la mia tribù dove possiamo stare in pace, contemplando i rumori e gli odori della natura? Mi sento derubato anche se in realtà ho ancora le stesse cose che avevo prima. Ed ora i bambini giocano a fare gli indiani…

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