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Posto volentieri un contributo per una controffensiva mediatica contro l’aggressione di cui è stato vittima Franco Turigliatto. Il testo allegato, in una versione leggermente diversa, è stato letto all’assemblea autoconvocata presso la Federazione Provinciale del PRC di Torino la sera di giovedì 1 marzo, dove ha riscosso un ampio favore. Su richiesta esplicita di Turigliatto, si è però ritenuto di non procedere ad una diffusione sotto forma di appello nel timore di cadere in una polemica sulla libertà di satira (anche queste poche righe sono copiate). 

    Care amiche, cari amici,vorremmo con questo messaggio comunicare il nostro pensiero riguardo alle dichiarazioni espresse dalla signora Littizzetto nella puntata di Che tempo che fa di domenica 25/02/2007.    

Abbiamo sempre considerato la persona in questione una brava comica televisiva, sopra le righe ma incisiva, impertinente ma simpatica, sboccata ma non volgare. Ci piaceva che in un ambiente di bellezze preconfezionate ed autocompiaciute esibisse spudoratamente la sua inadeguatezza fisica. Ci piaceva anche che dedicasse sempre un siparietto alle esternazioni del presidente della CEI. Ci piaceva meno quando esagerava forzatamente i toni per strappare qualche facile risata da studio, ma in fondo non è facile per nessuno trovare ogni domenica degli spunti di comicità intelligente.   

Ci spiace invece constatare che di fronte all’attuale crisi di governo la nostra comica abbia deciso di cavalcare l’onda dell’aggressione mediatica contro i senatori Fernando Rossi e – soprattutto – Franco Turigliatto, rei di non aver votato per la politica estera del governo. In un irresistibile crescendo, i due reprobi sono stati amabilmente definiti “quei due testa di minchia” e la loro condotta politica accreditata alla “lega del cervello molle”. Ritenendo di avere un maggior diritto di confidenza col senatore Turigliatto – torinese come lei – la medesima comica non ha esitato ad esprimere il proposito di sodomizzarlo con le ottocento rose del giardino in cui questi avrebbe manifestato l’intenzione di tornare dopo aver lasciato il seggio in Parlamento.    

La signora Littizzetto sa benissimo che se utilizzasse questo linguaggio per qualificare il cardinal Ruini o il cavalier Berlusconi decreterebbe la fine istantanea della sua carriera televisiva. A quanto pare, i due senatori dissidenti possono invece essere impunemente insultati soltanto per solleticare qualche risataccia. Altro che ragazza terribile dello schermo! Qui si gioca a punture di spillo con i poteri forti, salvo impugnare la clava contro i pochi non omologati che si rifiutano di avallare le missioni di guerra opportunisticamente camuffate nel gergo politichese.   

E’ un vero peccato che la nostra comica abbia perso l’occasione di rivolgere i suoi strali contro l’ipocrisia di un ceto politico che marcia per la pace e poi vota la guerra, parla d’ambiente e poi vota la TAV ecc., nel più assoluto disprezzo delle ragioni per cui è stato eletto. Attendiamo di sapere se è questa l’arte della mediazione che ora si vuole contrapporre alla purezza della coscienza.   

Non pretendiamo certo che la signora Littizzetto condivida la nostre posizioni, né pensiamo che i comici debbano fare il loro mestiere – reso debitamente inoffensivo – e lasciare la politica ai politici di professione, ma, senza addentrarsi nelle valutazioni più generali, e rimanendo nello specifico, alla suddetta non farebbe male ricordare che anche col voto favorevole dei due dissidenti il quorum richiesto non sarebbe stato raggiunto. Il politicamente corretto autoproclamato di sinistra si ritiene sempre dispensato dalla verifica delle proprie affermazioni, come quando all’indomani delle elezioni politiche del 2001 il regista Nanni Moretti si sentì autorizzato ad inveire contro l’intero PRC – che non aveva sottoscritto l’accordo elettorale – mostrando di (voler) ignorare come decisivo fosse stato invece il forfait dell’Italia dei Valori (lo stesso partito che nel 2006 ha fatto eleggere l’irreprensibile senatore De Gregorio, transfugo da Forza Italia già passato per svariate inchieste di mafia).    

Quello del “cervello molle” è poi un lapsus veramente indicativo: molle era il cervello di Trockij sparso sulla scrivania dopo aver ricevuto la celebre picconata dal sicario staliniano appositamente inviato in Messico. Coloro che si richiamano all’esperienza storica della Rivoluzione d’Ottobre e contestualmente della lotta alla dittatura staliniana hanno una storia lunga, da cui si può ovviamente dissentire, ma che merita rispetto – a patto ovviamente di conoscerla. In qualità d’eredi di chi per almeno un quindicennio è dovuto sfuggire (quando c’è riuscito) alla caccia all’uomo degli stalinisti come dei nazifascisti, possiamo aggiungere che non sarà certo quest’ulteriore episodio d’intolleranza finto-comica ad intimidirci e a farci desistere da una battaglia per un’umanità liberata dallo sfruttamento e dalle guerre.   

Ci si conceda una riflessione sul mondo dello spettacolo. Una ventina d’anni fa Leonardo Mastelloni, gay dichiarato e per alcuni fastidiosamente esibizionista, ma attore di sicuro talento, si vide troncata la carriera allorché, durante una puntata di Domenica in, non si fece scrupolo di esprimere con una bestemmia il proprio disappunto per l’ennesima domanda in fatto di preferenze sessuali.   

Da parte nostra, non invochiamo nessuna censura – potere di cui siamo lieti di non disporre – e possiamo assicurare la signora Littizzetto che non le bucheremo neppure le gomme dell’auto – azione alla portata di tutti, ma più consona alla galleria umana di “minchia Sabri” che a dei militanti politici. Da una professionista dello spettacolo – quale le auguriamo di rimanere – ci aspetteremmo semmai quella retromarcia che la deontologia le dovrebbe consigliare.   

Per fare un altro esempio, qualche anno fa anche Paolo Villaggio – un altro maestro della comicità sopra le righe – commise un errore: si presentò ad una trasmissione d’intrattenimento in abiti femminili. Non era comico, non era trasgressivo, era solo brutto. Non aveva verbalmente offeso nessuno, ma il giorno seguente scrisse alla stampa quotidiana che si scusava per il cattivo gusto della sua comparsata.   

A giudicare dal breve intervento pubblicato da La stampa di martedì 27/02/2007, non è questa la strada che la signora Littizzetto ha scelto d’intraprendere. Con la scivolosa sicurezza di chi si sente autorizzato dalla notorietà televisiva a parlare di tutto, la nostra si spinge ad auspicare uno “sbarramento elettorale per deficienti”, né ci sembra decisiva la sua ammissione che “Io che son povera di spirito non potrei mai fare politica. Conosco i miei limiti e faccio altro. Il saltimbanco.” E questo sarebbe non fare politica? Ma lo vogliamo ammettere o no che oggi il consenso viene costruito molto più con questo tipo di chiacchiera mediatica che con gli illeggibili “programmi” per addetti ai lavori? Oggi più di ieri, il discrimine fra irriverenza e volgarità – in forma e sostanza – passa per il rapporto con il potere costituito, distingue la comicità che attacca i potenti da quella che strizza l’occhiolino ai luoghi comuni, andando a colpire il diverso, il non omologato, magari lo sfigato (categoria alla quale siamo fieri di appartenere), senza alcun diritto replica, e a prescindere da quante volte si dice “cazzo” o “figa”.   

Questo è tanto più vero poiché l’accesso alla comunicazione non è paritario, non lo era col precedente governo e non lo è neppure con questo. Siamo lieti del ritorno in televisione di Michele Santoro, lo saremo quando avverrà per Enzo Biagi e lo saremmo di più se valesse anche per Daniele Luttazzi e Sabina Guzzanti. Ci rifiutiamo però di credere che senza di loro si viva in un regime, e con loro in una perfetta democrazia. Perciò chi ha il privilegio di avere la parola è tenuto almeno moralmente ad una responsabilità particolare.

    E con questo la nostra protesta è conclusa. Restiamo nell’attesa di un gesto concreto, in assenza del quale non potremo fare a meno di boicottare ogni futura apparizione della signora Littizzetto, invitando a seguirci tutti coloro che hanno a cuore la democrazia della comunicazione.

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