spiaggia isola di Sal - Capoverde (marzo 2003)

Circa un anno fa feci un curioso esperimento. Era il culmine di un periodo pesante, forse il più pesante che abbia mai passato in vita mia, fortunatamente superato in maniera brillante anche grazie all’aiuto di veri amici, alcuni dei quali, per diverse ragioni, non frequento più. Comunque un giorno qualunque di dicembre, mentre ero al lavoro ed in piena paranoia, soffocato da troppi pensieri, decisi di raccattarli tutti insieme e buttarli su notepad, così come erano. Ne uscì fuori questa proto-poesia un po’ profonda, un po’ qualunquista. Ricordo che ero convinto che solo la distruzione, mia o di chi o cosa era causa del mio disagio, avrebbe potuto cambiare quello stato delle cose. Fortunatamente mi ero sbagliato. Allo stesso tempo c’erano (ci sono!) ancora troppe cose belle per le quali valeva (vale!) la pena vivere…

Ora, anche se con molta fatica, ho ritrovato la mia stabilità. Comunque rileggendola mi ci ritrovo ancora completamente in quello che ho scritto. Eccola qui sotto:

Cronache dal cervello.

Un pugno sulla spalla che è finito in faccia.
Le discussioni accese fino a notte fonda e poi fare l’amore.
La fiducia tradita e il rialzarsi dopo una sconfitta.
“Io lo conosco, tornerà. Noi siamo qui ad aspettarlo”. Mai.
La bellezza della nebbia di notte.
Lo spirito natalizio che è nei bambini.
La gabbia dorata della solitudine.
Non riesco più ad innamorarmi.
L’inutilità del gossip. L’importanza di avere una vita propria.
La coerenza e tutte le palle che ci si racconta.
Le verità da negare agli altri. Diventare bersagli, capri espiatori.
Il comunismo e l’impossibilità di essere tutti noiosamente uguali.
Le notti insonni a costruire castelli per dare alloggio ai propri fantasmi.
Quelli che si atteggiano e sono, negando di essere.
L’essere e il non esistere. “No, non esiste proprio”.
Tutte le volte che ho deciso di mollare tutto.
Il futuro pessimisticamente realistico.
Il tiepido sole all’alba di un mattino estivo.
Tutte le parole che potrebbero essere evitate.
La noia dei monologhi di quelli che sanno tutto, che hanno vissuto.
Il far tesoro delle esperienze.
Dimenticare per perdonare ed essere perdonati.
L’autodifesa e il sacrificio.
La sicurezza delle abitudini, della ripetizione, della routine.
La gioia del portare avanti i propri progetti e il dolore provato vedendoli infrangersi.
L’importanza dell’entusiasmo e della ricerca di nuovi stimoli.
Il limite di essere legati ad una sola catena.
La musica, sempre la stessa musica. La musica come strumento di analisi.
Essere strumentalizzati e comprendere solo ciò che si vuole.
L’ignoranza come arma della presunzione.
La calma, il silenzio e la commozione di un abbraccio.
Il sesso come sport, l’amore come paravento.
I bagni di umiltà e le docce solari.
Le sorprese di cui farei a meno: tutte.
Comunicare alle persone amate scelte difficili ed essere capiti solamente anni dopo.
Il non riconoscersi sui giudizi dati e sulle decisioni prese dei quali si è stati paladini.
La follia che non esiste e le giustificazioni.
Il profumo della pelle e l’odore dei profumi.
Gli assoluti ed il relativo.
L’equilibrio perfetto di chi non si schiera.
La gente che parla per aver sentito ma senza sapere.
Accendersi una sigaretta.
Fuggire e ricominciare da capo.
L’importanza del viaggio più della meta da raggiungere.
I capelli che diventano bianchi ed i bambini che continuano a nascere. La continuità.
Il non sapere mai cosa scrivere o come chiudere un discorso.
L’ozio. “Sono libero, non ho un cazzo da fare”.
Le passeggiate solitarie nella natura e tutti i colori delle stagioni.
La guerra interiore e le sfide alla playstation.
L’anacronismo della Chiesa, i riti solenni e la straordinarietà della figura di Cristo.
Le abbuffate e le bevute.
Il volere piacere a tutti e finire per noi piacere a nessuno. Il compiacersi nel non piacersi.
Tutti i sorrisi spontanei che mi cambiano umore.
La certezza di essere amati.
La violenza delle parole di persone educate dalle voci gradevoli e garbate.
L’ipocrisia della gente ben educata e le facce da perizoma.
Autoreferenziarsi.
Un camino che scoppietta in una piccola casa di campagna.
Il soffitto di una camera in cui non saresti mai voluto entrare.
Il fastidio dell’aria condizionata, della libertà condizionata.
Tutti i treni persi nelle stazioni affollate.
La fame che non ho mai provato.
La negazione dell’evidenza.
Non avere facce da mettersi.

L’infinito…

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